mercoledì 9 marzo 2011

Manuale d'uso: la danza

E' notte fonda quando inizia la danza e succede ogni volta che comincio a svegliarmi: appena inizio a muovermi, a contrarre e a distendere gli arti, a emettere i miei tipici urletti, papà mi prende alla svelta in braccio, cercando di prevenire il pianto imminente e dirompente, mi solleva dalla culla e mi mette sul suo cuscino, la testa contro la sua e il ciuccio ben assicurato in bocca. Il suo scopo immediato è di farmi riaddormentare prima che sia troppo tardi, ovvero prima che io esploda in grida inconsolabili. Il suo fine ultimo è invece quello di ritardare le mie poppate, allungando i tempi di attesa fra le une e le altre. 
E così, ogni due ore circa e ogni notte, io e papà balliamo sul letto una danza la cui coreografia è la seguente: io sputo il ciuccio e lui me lo ridà; io giro troppo il volto verso il cuscino e lui mi rimette in posizione semi supina; io gli faccio un sorriso inatteso e anche lui - vinta a quel punto la stanchezza - mi sorride. 
Il tutto si protrae sempre per almeno un'ora, cioè finché papà non cede e mi prepara il latte. 

lunedì 7 marzo 2011

Manuale d'uso: l'urlo

Molto tempo fa, prima che nascessi, papà aveva un cane di nome Skipper. Era un incrocio - mi ha raccontato - fra un segugio e un cirneco, di taglia media e dalla corporatura snella. Aveva un bel colore ruggine, un petto carenato da corridore e due orecchie pendenti, che sventolavano a ogni movimento della testa e che, durante la corsa, si appiattivano contro il cranio. Però il suo tratto distintivo non era l'aspetto fisico, ma il carattere: Skipper era un cane nevrotico, capace di parlare - non solo di abbaiare - con chi lo sapesse ascoltare. Non obbediva mai e papà non se la prendeva con lui per questo, perché aveva capito che la sua era una natura da spirito indipendente, se non addirittura ribelle, e che quindi non c'era niente da fare. Papà - mi ha confessato - un po' lo ammirava per come era fatto e lo rispettava come si rispetta ogni creatura libera.
Se c'era qualcosa che voleva, Skipper urlava come un ossesso. Se papà lo rimproverava, rispondeva risentito con una serie di guaiti. Se papà - a quel punto per gioco - aggiungeva qualche altra parola, Skipper si mostrava in grado di mandarcelo, con un semplice sbuffo. In queste discussioni con il suo padrone il cane voleva sempre avere l'ultima parola. Inoltre, era spesso dispettoso, lagnoso per un nonnulla, irascibile con qualsiasi altro cane di sesso maschile e ovviamente con tutti i gatti possibili e immaginabili. Ce l'aveva con i motorini e i preti ed era un razzista che odiava tossicodipendenti ed extracomunitari. 
Papà potrebbe narrare mille episodi in cui Skipper si è distinto per le sue doti, ma ciò di cui voglio parlarvi io è un'analogia fra il mio modo di urlare e quello del suo cane. E ve lo voglio raccontare perché di recente ho sentito dire a papà - testualmente - che "non serve a nulla gridare" e che "le cose si possono chiedere con calma". Beh - fatemi dire -, non è la stessa cosa e non è vero che con la gentilezza si ottiene tutto. E' urlando con la massima forza che ho nei polmoni che io vengo accontentato, quando ho fame, quando ho sonno e voglio essere cullato, quando ho caldo, quando ho male alla pancia, quando ho sporcato il pannolino, quando voglio stare in braccio. Proprio come faceva Skipper, che con un paio di abbaiate era in grado di mettere in fuga cani ben più grandi di lui e che con qualche guaito riusciva a ottenere tutto ciò che voleva da mio padre. E se ci riusciva lui... 

giovedì 3 marzo 2011

Manuale d'uso: il naso

Il naso non serve soltanto per respirare. L'ho capito grazie a quello di papà, che lui utilizza per tenermi fermo il ciuccio quando dormo con lui nel suo letto, con la testa appoggiata sul suo stesso cuscino. Succede spesso che mi cada e che lo perda nel sonno: questo fatto mi fa svegliare, arrabbiare e piangere e costringe i miei genitori a correre ai ripari, a notte fonda, cercando di recuperare nell'oscurità il ciuccio, che spesso va a finire in posti improbabili e talvolta lontanissimi dalla mia bocca, compiendo traiettorie inimmaginabili. 
A volte viene rinvenuto ai miei piedi, altre sotto il cuscino, altre ancora per terra. Di qui la decisione: dato che tener fermo il ciuccio, a lungo, con la mano, sarebbe un'ipotesi improponibile, anche perché la presa si allenta necessariamente se si vuole anche dormire, papà ha pensato di utilizzare il suo naso, che è un po' più stabile, all'uopo.
E così, da qualche giorno, mi addormento con la faccia di papà schiacciata contro la mia e con quest'ultima immagine nei miei occhi: le sue palpebre abbassate, sfocate per la troppa vicinanza al mio sguardo, e il suo respiro, che è quello di chi già dorme profondamente e che dà il ritmo al mio.

martedì 1 marzo 2011

Hai sbagliato papà hai ragione

Io piango la notte, quando ho fame o se mi fa male la pancia. Allora i miei genitori mi danno latte, bevande e sciroppi concentrati alla camomilla e al finocchio, fermenti lattici e gocce per i disturbi intestinali. Poi mi cambiano e mi rimettono nella mia culla. 
Se però non mi riaddormento subito, papà e mamma mi mettono nel letto con loro. C'è chi dice che sbagliano a fare così, perché mi abituo male. Qualcuno - poche persone per la verità - è invece favorevole a questo comportamento.
Papà dice che, stando vicino a loro, dormo perché mi sento più sicuro e amato e che non gli importa nulla delle teorie che un giorno affermano una cosa e il giorno dopo la smentiscono. A questo proposito mi ha letto un passo dal libro di Ian McEwan, Bambini nel tempo, che parla di alcune teorie accreditate sull'infanzia negli ultimi tre secoli:
"(Stephen) aveva letto dichiarazioni solenni sulla necessità di fasciare gli arti dei neonati per impedirne il movimento e i possibili danni; sui pericoli dell'allattamento materno e, altrove, sulla sua fondamentale importanza sul piano fisico e superiorità su quello morale; su come l'affettuosità e l'incoraggiamento possono nuocere al bambino; sugli effetti benefici di purghe e clisteri, severi castighi fisici, bagni freddi e, all'inizio del secolo, di costante aria pura per quanto rigido fosse il clima; c'era chi sosteneva che è bene controllare scientificamente gli intervalli fra un pasto e l'altro e chi, al contrario, invitava a nutrire il bambino ogni qualvolta ne manifestasse il desiderio; chi denunciava i rischi di prendere in braccio il piccolo ogni volta che piange - facendolo sentire pericolosamente potente -, e chi sottolineava i rischi dell'atteggiamento opposto, che causa un senso di pericolosa impotenza; l'importanza di una buona disciplina delle funzioni intestinali, con allenamento all'uso del vasino a partire dal terzo mese; la costante presenza della madre giorno e notte, per tutto il primo anno di vita e, altrove, la necessità di ricorrere a balie, governanti, asili nido statali a tempo pieno; le conseguenze fatali di una non corretta respirazione, il vizio di mettersi le dita nel naso e di succhiare il dito connessi all'assenza della figura materna; i vantaggi di un parto tecnicamente sicuro in sala chirurgica e quelli di partorire coraggiosamente in casa nella vasca da bagno; l'importanza della circoncisione e di una tonsillectomia tempestiva; e, più tardi, lo sprezzante abbandono di tutte queste tendenze di moda; la teoria che i bambini debbano essere lasciati liberi di fare tutto ciò che desiderano di modo che possano esprimere appieno la loro natura divina, e quella secondo la quale non è mai troppo presto per forgiare la volontà di un infante; i disturbi mentali e la cecità causati dalla masturbazione, e il piacere e il conforto che essa regala all'adolescente; come l'educazione sessuale passi attraverso riferimenti a girini, cicogne, fatine dei fiori e impollinazione o si acquisisca tacitamente o ancora si apprenda grazie a una schiettezza di termini meticolosa e brutale; il trauma subito dal bambino che vede i genitori nudi, e i cronici turbamenti alimentati da strani sospetti se li vede sempre e solo vestiti; gli enormi vantaggi connessi all'insegnamento della matematica a un bimbo di nove mesi". (Ian McEwan, Bambini nel tempo, Einaudi 1988, pp 76-77).

venerdì 25 febbraio 2011

Papà dov'è?

Dov'è papà, dove è stato in tutti questi giorni, come mai si è fatto vedere così di rado in casa? La mamma mi ha detto che è in ospedale col mio fratellino. E così si è perso i miei sorrisi, che ora faccio sempre più spesso. E anche i miei vocalizzi, che papà non ha ancora mai sentito.
Sì, perché adesso io parlo sai? A modo mio, ma parlo. E ho anche una bella vocina, quando voglio. Non strillo più soltanto, né penso solamente ciò che voglio dire, senza emettere un suono, come facevo qualche settimana fa.
Adesso parlo e mi chiedo e domando: "Papà dov'è?".

lunedì 7 febbraio 2011

Un nuovo giorno

Sabato e domenica sono stato tutto il giorno fuori, a passeggio con mamma e papà. Al mare, al parco, in una piazzetta del centro, a guardare la gente e i bambini giocare per strada e tirarsi i coriandoli di carnevale, a vedere la luce, il sole e a dormire all'aria aperta. Ho goduto dell'ossigeno fresco, della brezza marina, del rumore chiassoso delle persone attorno a me. Mi sono cullato nella giostra dei suoni e dei movimenti nuovi.  
Poi, appena rientrato in casa, ieri sera ho iniziato a piangere un pianto disperato che si è prolungato per quasi due ore. Non avevo parole per dire ciò che sentissi e dove avessi male e il mio unico modo per esprimermi era quello di piangere, lasciando chi mi stava intorno libero di scatenarsi nelle più svariate diagnosi e interpretazioni.
E così i miei genitori hanno pensato prima alle coliche, poi però hanno visto che la mia pancia era sgonfia ma dura, infine hanno ipotizzato che qualche dentino stesse per spuntare prematuramente. Hanno anche immaginato che fosse la troppa aria presa o lo iodio la causa della mia sovreccitazione, ma alla fine ci ho pensato io a porre un freno alla loro fantasia: quando mi sono quietato, all'improvviso, e mi sono assopito di punto in bianco e ho dormito per più di cinque ore di seguito.
Da un momento all'altro in casa è entrata la calma e, mentre dormivo, non facevo altro che prepararmi a vivere un nuovo giorno. Un nuovo, prossimo, giorno di vita, senza attese particolari, senza sapere cosa accadrà e come starò. Come un fiore che sboccia all'alba e si gode i raggi del sole fino al tramonto.

martedì 1 febbraio 2011

La mia prima influenza, il mio primo sorriso

Nella pancia di mamma non mi sarebbe mai accaduto: prendermi questa brutta influenza. Ma non ha senso parlare del passato o di una situazione ideale che non tornerà mai. Dirò soltanto che la febbre è stata un'esperienza 'forte', dove ho potuto mettere alla prova il mio sistema immunitario che - direi - ha retto bene. Ho sofferto, quando la febbre ha sfiorato i 39 gradi, ma poi ho reagito e la temperatura non è più salita tanto. Mi è rimasto soltanto un po' di raffreddore, adesso, che mi fa dormire male la notte e che costringe il mio papà a mettermi delle fastidiose gocce di soluzione fisiologica nel naso e ad aspirare con un tubicino le mie secrezioni nasali.
Ma questo è tutto, fortunatamente, e dunque posso sorridere. Sì, ho sorriso per la prima volta in questi giorni: un bel sorriso senza denti che ho fatto appena mi sono sentito meglio. Con il mio sorriso ho detto "ciao" ai miei genitori e al mio fratellino che stavano aspettando questo momento e che mi hanno guardato come se non mi vedessero da un anno. E ho aggiunto: "Sono guarito".
E loro mi hanno risposto con il loro sorriso felice, di contentezza e di sollievo.