martedì 1 marzo 2011

Hai sbagliato papà hai ragione

Io piango la notte, quando ho fame o se mi fa male la pancia. Allora i miei genitori mi danno latte, bevande e sciroppi concentrati alla camomilla e al finocchio, fermenti lattici e gocce per i disturbi intestinali. Poi mi cambiano e mi rimettono nella mia culla. 
Se però non mi riaddormento subito, papà e mamma mi mettono nel letto con loro. C'è chi dice che sbagliano a fare così, perché mi abituo male. Qualcuno - poche persone per la verità - è invece favorevole a questo comportamento.
Papà dice che, stando vicino a loro, dormo perché mi sento più sicuro e amato e che non gli importa nulla delle teorie che un giorno affermano una cosa e il giorno dopo la smentiscono. A questo proposito mi ha letto un passo dal libro di Ian McEwan, Bambini nel tempo, che parla di alcune teorie accreditate sull'infanzia negli ultimi tre secoli:
"(Stephen) aveva letto dichiarazioni solenni sulla necessità di fasciare gli arti dei neonati per impedirne il movimento e i possibili danni; sui pericoli dell'allattamento materno e, altrove, sulla sua fondamentale importanza sul piano fisico e superiorità su quello morale; su come l'affettuosità e l'incoraggiamento possono nuocere al bambino; sugli effetti benefici di purghe e clisteri, severi castighi fisici, bagni freddi e, all'inizio del secolo, di costante aria pura per quanto rigido fosse il clima; c'era chi sosteneva che è bene controllare scientificamente gli intervalli fra un pasto e l'altro e chi, al contrario, invitava a nutrire il bambino ogni qualvolta ne manifestasse il desiderio; chi denunciava i rischi di prendere in braccio il piccolo ogni volta che piange - facendolo sentire pericolosamente potente -, e chi sottolineava i rischi dell'atteggiamento opposto, che causa un senso di pericolosa impotenza; l'importanza di una buona disciplina delle funzioni intestinali, con allenamento all'uso del vasino a partire dal terzo mese; la costante presenza della madre giorno e notte, per tutto il primo anno di vita e, altrove, la necessità di ricorrere a balie, governanti, asili nido statali a tempo pieno; le conseguenze fatali di una non corretta respirazione, il vizio di mettersi le dita nel naso e di succhiare il dito connessi all'assenza della figura materna; i vantaggi di un parto tecnicamente sicuro in sala chirurgica e quelli di partorire coraggiosamente in casa nella vasca da bagno; l'importanza della circoncisione e di una tonsillectomia tempestiva; e, più tardi, lo sprezzante abbandono di tutte queste tendenze di moda; la teoria che i bambini debbano essere lasciati liberi di fare tutto ciò che desiderano di modo che possano esprimere appieno la loro natura divina, e quella secondo la quale non è mai troppo presto per forgiare la volontà di un infante; i disturbi mentali e la cecità causati dalla masturbazione, e il piacere e il conforto che essa regala all'adolescente; come l'educazione sessuale passi attraverso riferimenti a girini, cicogne, fatine dei fiori e impollinazione o si acquisisca tacitamente o ancora si apprenda grazie a una schiettezza di termini meticolosa e brutale; il trauma subito dal bambino che vede i genitori nudi, e i cronici turbamenti alimentati da strani sospetti se li vede sempre e solo vestiti; gli enormi vantaggi connessi all'insegnamento della matematica a un bimbo di nove mesi". (Ian McEwan, Bambini nel tempo, Einaudi 1988, pp 76-77).

venerdì 25 febbraio 2011

Papà dov'è?

Dov'è papà, dove è stato in tutti questi giorni, come mai si è fatto vedere così di rado in casa? La mamma mi ha detto che è in ospedale col mio fratellino. E così si è perso i miei sorrisi, che ora faccio sempre più spesso. E anche i miei vocalizzi, che papà non ha ancora mai sentito.
Sì, perché adesso io parlo sai? A modo mio, ma parlo. E ho anche una bella vocina, quando voglio. Non strillo più soltanto, né penso solamente ciò che voglio dire, senza emettere un suono, come facevo qualche settimana fa.
Adesso parlo e mi chiedo e domando: "Papà dov'è?".

lunedì 7 febbraio 2011

Un nuovo giorno

Sabato e domenica sono stato tutto il giorno fuori, a passeggio con mamma e papà. Al mare, al parco, in una piazzetta del centro, a guardare la gente e i bambini giocare per strada e tirarsi i coriandoli di carnevale, a vedere la luce, il sole e a dormire all'aria aperta. Ho goduto dell'ossigeno fresco, della brezza marina, del rumore chiassoso delle persone attorno a me. Mi sono cullato nella giostra dei suoni e dei movimenti nuovi.  
Poi, appena rientrato in casa, ieri sera ho iniziato a piangere un pianto disperato che si è prolungato per quasi due ore. Non avevo parole per dire ciò che sentissi e dove avessi male e il mio unico modo per esprimermi era quello di piangere, lasciando chi mi stava intorno libero di scatenarsi nelle più svariate diagnosi e interpretazioni.
E così i miei genitori hanno pensato prima alle coliche, poi però hanno visto che la mia pancia era sgonfia ma dura, infine hanno ipotizzato che qualche dentino stesse per spuntare prematuramente. Hanno anche immaginato che fosse la troppa aria presa o lo iodio la causa della mia sovreccitazione, ma alla fine ci ho pensato io a porre un freno alla loro fantasia: quando mi sono quietato, all'improvviso, e mi sono assopito di punto in bianco e ho dormito per più di cinque ore di seguito.
Da un momento all'altro in casa è entrata la calma e, mentre dormivo, non facevo altro che prepararmi a vivere un nuovo giorno. Un nuovo, prossimo, giorno di vita, senza attese particolari, senza sapere cosa accadrà e come starò. Come un fiore che sboccia all'alba e si gode i raggi del sole fino al tramonto.

martedì 1 febbraio 2011

La mia prima influenza, il mio primo sorriso

Nella pancia di mamma non mi sarebbe mai accaduto: prendermi questa brutta influenza. Ma non ha senso parlare del passato o di una situazione ideale che non tornerà mai. Dirò soltanto che la febbre è stata un'esperienza 'forte', dove ho potuto mettere alla prova il mio sistema immunitario che - direi - ha retto bene. Ho sofferto, quando la febbre ha sfiorato i 39 gradi, ma poi ho reagito e la temperatura non è più salita tanto. Mi è rimasto soltanto un po' di raffreddore, adesso, che mi fa dormire male la notte e che costringe il mio papà a mettermi delle fastidiose gocce di soluzione fisiologica nel naso e ad aspirare con un tubicino le mie secrezioni nasali.
Ma questo è tutto, fortunatamente, e dunque posso sorridere. Sì, ho sorriso per la prima volta in questi giorni: un bel sorriso senza denti che ho fatto appena mi sono sentito meglio. Con il mio sorriso ho detto "ciao" ai miei genitori e al mio fratellino che stavano aspettando questo momento e che mi hanno guardato come se non mi vedessero da un anno. E ho aggiunto: "Sono guarito".
E loro mi hanno risposto con il loro sorriso felice, di contentezza e di sollievo.

giovedì 20 gennaio 2011

Tempus fugit

Questa storia del tempo è una loro invenzione: un modo, dei grandi, per sistemare le cose. Per dare un ordine cronologico agli avvenimenti, per scandire e avere sotto controllo ogni momento della vita. Per me, invece, il tempo non esiste, non ha alcun valore: non passa, non cessa e non fugge.
Io non direi mai frasi come "non vedo l'ora" o "vorrei che durasse di più" o "quando" o "fra quanto" o "nel frattempo". Per me non esiste né il prima, né il durante e né il dopo, ma esisto Io soltanto, con le mie necessità del momento, hic et nunc, qui e adesso: ho fame e voglio mangiare subito; ho sonno e mi addormento all'istante; ho mal di pancia e urlo. Non c'è altro, per quanto mi riguarda, che il mio bisogno e l'appagamento di esso.
Invece questi vogliono continuamente 'categorizzarmi', secondo schemi temporali che, di volta in volta, sfociano nell'universalità di una regola a cui dovrei adattarmi o, viceversa, nella particolarità di me come individuo che stabilisce norme generali e un canone inedito.
Io sono e resto un individuo con esigenze particolari e del momento: ho fame ora e avevo fame tre ore fa. Ma non è detto che avrò di nuovo fame fra altre tre ore. E non è affatto scontato che prossimamente vorrò bere la stessa quantità di latte della poppata precedente. 
Le tabelle che dicono che dovrei mangiare all'incirca ogni 3 ore e che in questo periodo della mia vita dovrei assumere 110 mg di latte a pasto e che il mio peso dovrebbe aumentare di 150 gr alla settimana, non le condivido e non le approvo. Si tratta di stime medie che non prendono in considerazione le mie esigenze e le mie difficoltà, i miei malesseri e i miei stati d'ansia. Né comprendo deduzioni universali come "ora mangia ogni 2 ore" oppure "adesso assume 130 ml di latte a poppata" soltanto perché le ultime tre volte mi è capitato di fare così.     
Il tempo fugge per tutti tranne che per me e voi lasciatemi dove sono: non stabilite un modello con i miei ritmi, non applicate standard, non adeguatemi a linee generali, a linee guida e nemmeno ai consigli, alle opinioni e alle esperienze degli altri.

mercoledì 12 gennaio 2011

Letto freddo latte caldo

Qui si parla addirittura della possibilità di viziare un neonato di 20 giorni! Ma è semplicemente una necessità, la mia, di voler stare in braccio: per essere consolato per i dolori delle mie coliche, per calmare il pianto dirompente quando avverto i crampi della fame, perché non voglio stare da solo sul lenzuolo freddo di un lettino. 
Vuoi mettere il caldo tepore di un abbraccio?! E' proprio come il latte caldo e nutriente di cui ho bisogno. Eppure c'è già chi si sbilancia con previsioni tipo: "In questo modo non si addormenterà facilmente da solo" oppure "Facendo così, finirà per essere viziato". 
Che dire: c'è gente che ha paura e non ha fiducia nel futuro. E che preferirebbe adottare delle strategie piuttosto che affidarsi al proprio cuore.

lunedì 3 gennaio 2011

Ex utero

Lo so che sono la persona meno adatta a parlarne, ad azzardare - data la mia età -  ipotesi riguardo il momento estremo del passaggio dalla vita alla morte. Mi riferisco a quei pochi minuti o secondi in cui il corpo e la mente transitano dall'una all'altra: è vero che durante il trapasso, anche se il cuore cessa di battere, l'attività cerebrale continua, anche se per un brevissimo lasso di tempo? Ed è vero che gli occhi conservano per un poco l'ultima immagine fotografata e che la luce non si spegne proprio subito? Ed è vero che in quei rapidi frangenti guardiamo la morte in faccia?
Non ho risposte in merito, ma quel che so è che nel passaggio inverso, dal corpo materno alla vita nel mondo esterno, mi porto dietro e tardano a scomparire alcune ombre che appartengono al mio stadio intrauterino. Istanti di tenebra che ancora si alternano, come in una danza, ai sempre più frequenti momenti in cui il colore predomina la scena.
In tali spazi temporali le mie pupille vagano come farfalle fra un sonno e l'altro, nelle pause che sono le mie veglie. Quando sono aperti, i miei occhi possono guardare in faccia la vita e ogni foma di esistenza occupa adesso un posto che era vacante, fino a ieri, nel mio mondo onirico.
Pennarelli nuovi colorano le ombre, il foglio di carta non è più nero, lo sguardo afferra il movimento e lo fa suo. Quando mi sveglio abbandono il buio e mi impossesso della vita, con ogni forza che ho in corpo o semplicemente con un grido.